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Gli ultimi messaggi del Forum

Un tesoro al piano Terra - Andrea Moccia

libro divulgativo a tema geologico. purtroppo per me lo trovo eccessivamente "pop" ma allo stesso tempo povero di figure e grafici che avrebbero potuto aiutare ad apparire meno ostica una lettura di solo testo.
rimane comunque un bel libro divulgativo fatto dall'autore di una pagina che da diversi anni si occupa di divulgazione scientifica.

Kojiki - a cura di Paolo Villani

la bibbia degli shintoisti, la religione originaria del giappone.
esattamente come la bibbia può sembrare astrusa, a tratti può ricordare la mitologia dell'antica grecia; al lettore specializzato appariranno nel sottotesto le reali vicende storiche della storia del giappone.
si trova la genesi del mondo, la nascita della casata imperiale giapponese e l'espansione del clan yamato e del giappone lungo l'arcipelago giapponese.
chiaramente essendo un testo sacro del giappone i nomi dei personaggi e dei luoghi può apparire ostico al lettore medio europeo, ma d'altronde non si poteva chiamare la dea amaterasu "gianna" solo per renderla più facile al pubblico italiano.

Saggio erotico sulla fine del mondo - Barbascura X

personalmente preferisco lo youtuber che non lo scrittore.
va comunque dato il merito che in questo libro con una narrazione catastrofico/paradossale riesce a spiegare in maniera estremamente chiara e non banale la gravità di ciò che stiamo vivendo a livello ambientale e a cascata a tutto ciò che riguarda indirettamente l'ambiente come la situazione alimentare, il nostro stile di vita ed i conseguenti problemi di gestione di problemi e delle popolazioni abitanti questo pianeta.
può essere utile per chi è totalmente o quasi a digiuno di questi temi ma pensa di avere difficolta ad affrontare libri più smaccatamente saggistici.

Se tutte le stelle venissero giù - Filippo Bonaventura, Lorenzo Colombo, Matteo Miluzio

un divertente libro divulgativo a tema astrofisico nato da una idea semplice ma molto divertente, interessante e stimolante;
lo stesso titolo del libro da una idea di come si sviluppa.
una sequela di domande anche abbastanza bizzarre con delle risposte serie in base alle nostre conoscenze della fisica dell'universo.
dentro troverete risposta anche a "se spegnessimo il sole con l'acqua?".
purtroppo in quasi tutti i casi ci sarebbero estinzioni di massa, tranne in uno strano bizzarro e fantasioso caso che però fisicamente sarebbe teoricamente possibile. lascio a voi scoprire quale.

Transiberiana - scritto da Alexandra Litvina

un libro illustrato su molte delle stazioni più importanti della transiberiana, tratta ferroviaria mosca-vladivostok.
probabilmente il target vero in italia è per adulti con figli, fornisce comunque notizie interessanti sulla vastità e varietà del territorio russo a noi totalmente sconosciuto.

Dove c'è più luce - Sualzo

sinceramente non c'è molto di più da dire rispetto all'abstract del libro. il libro tutto sommato mi è piaciuto ma è una trama abbastanza classica del protagonista che ha perso qualcosa di estremamente importante e con lei anche (fondamentalmente) la forza di vivere, a seguito di un nuovo incontro che lo riporterà a riaprirsi al mondo troverà la voglia di continuare a vivere nonostante ciò che gli succede.
ci sono sottotesti riguardanti l'importanza della memoria, dell'identificazione dell'io etc ma essenzialmente nulla di epocale né innovativo.

La coda - Vladimir Sorokin

Vladimir Sorokin è uno di quei soggetti che “ma voleva davvero fare una cosa del genere o ci sta semplicemente prendendo in giro?”. Secondo me si stava divertendo un casino perché il suo primo romanzo “la Coda” è un inno al senza senso; ma poi alla fin della fiera un senso lo assume anche e quindi non si capisce bene e a me le cose che non si capiscono bene piacciono moltissimo.
È un romanzo interamente sviluppato in forma dialogica, tutto costruito usando il discorso diretto. La trama, per dirla giusto in due parole, è una cosa del genere: ci sono tante tante tantissime persone in coda, a Mosca, e allora l’autore pensa che forse sarebbe divertente riportare (in realtà se li immagina e basta) i discorsi che fanno queste persone in costante attesa del proprio turno perché alla fine siamo in Russia e più che di vodka non si può parlare. Allora è divertente perché davvero non si capisce niente. E ci sono mille nomi, come in tutti i romanzi russi che si rispettano e il bello di questo di romanzo è che non serve ricordarseli, tutti sti nomi, che tanto non servono granché al fluire della storia. Eppure, quando a un certo punto si trovano nomi ricorrenti io, in quanto lettrice, mi sono sentita rassicurata perché ho pensato “ma allora forse una trama ce l’ha” ed effettivamente, quello che all’inizio sembra totalmente randomico e fuori luogo, improvvisamente, sul finale, assume forma e significato.

La vergine del bordello - storia e colori Hubert

Quella che in apparenza sembrava prospettarsi una lettura ironica e scherzosa sulla presenza di una timorata ragazza vergine in un bordello parigino degli anni '30, si è in realtà rivelata molto più cupa del previsto.
Fin da principio, l'intreccio narrativo è crudo e violento, all'ombra del mistero in cui è coinvolto un fantomatico e sedicente macellaio che aggredisce, uccide e smembra giovani donne. E con un finale brutale, sconcertante e forse anche disincantato. Anche quando sembra esserci il miraggio di una favola, questo viene spazzato via in poco tempo.

"La vergine del bordello" mette in scena un tripudio di vite miserabili, infelici, distrutte, sfregiate, smembrate, trasfigurate, decapitate, e poi rimesse insieme in un improbabile puzzle.
Uomini violenti e succubi delle loro debolezze; donne machiavelliche e benestanti ipocriti e opportunisti.

L'uomo seme - Violette Ailhaud

"All'inizio mi trattengo dall'affondare i denti in quell'uomo che aspetto da tanto tempo, da sempre credo. Conosco la mia fame ma non so cosa bisogna fare. Non so come deve essere una donna la prima volta che incontra la pelle dell'uomo. Eppure conosco le cose dell'amore: ne abbiamo parlato spesso tra donne. Ma ignoro i segreti del primo giorno, di come nasce l'incontro di due corpi. (...) Stringiamo le gambe, stringo per impedire loro di staccarsi: la violenza contenuta, il desiderio, l'attesa del piacere, tutta questa forza del vivere bloccata da due anni dietro la diga che ha tagliato il corso della mia vita, fin dalla mia infanzia di bambina mi ero lanciata verso questa vita di donna che sognavo a immagine della mia felicità di mia madre. Mi sentivo un fiume placido il cui scorrere era stato interrotto e che cercava ora di riprendere, nella collera, il suo corso".

Violette Ailhaud è nata nel 1836 ed è morta nel 1925 a Saule-Mort, nell'Alta Provenza. Nel 1919 ha scritto "L'uomo seme", ma i fatti da lei riportati e raccontati avvengono intorno al 1852, quando Violette aveva meno di 20 anni.
Come viene specificato in una nota introduttiva: "...nel suo testamento, c'era anche una busta, che non poteva essere aperta dai notaio prima dell'estate del 1952. Dopo l'apertura, la consegna indicava che il suo contenuto, un manoscritto, dovesse essere affidato al maggiore dei discendenti di Violette, tassativamente di sesso femminile, in un'età compresa tra i quindici e i trent'anni. Yvelyne, ventiquattro anni, si è così ritrovata in possesso di questo testo nel luglio del 1952".

C'è da domandarsi cosa comporti ritrovarsi d'improvviso erede di una narrazione tanto intima di una propria antenata di cui forse non si era mai saputo niente prima, di cui non si ha nemmeno una foto, avere la responsabilità di questo passaggio di testimone, rispettandone le precise volontà.

Diletto - Ugo Riccarelli

Una raccolta di 11 racconti brevi, in cui il letto li unisce tutti, come un fil rouge tra una storia e l'altra. Che si tratti di un letto d'ospedale; di un letto improvvisato con dei cartoni presi da un bidone; di una culla; del lettino di un terapista; del letto nuziale costruito da Ulisse, re di Itaca, utilizzando il tronco di un albero di ulivo oppure di quello da assemblare faticosamente in tutti i suoi pezzi, come processo inaugurale della nuova convivenza di una coppia moderna.

A qualunque epoca storica, a qualunque età e a qualunque scopo esso sia destinato, il letto è qui protagonista, o altrimenti è il testimone silenzioso e vigile dello srotolarsi di queste umane esistenze.
A proposito del letto, Bukowski scriveva: "...mi piacciono i letti, credo che sia l'invenzione più grande dell'uomo, quasi tutti siamo nati lì, si muore lì, si scopa lì, ci si abbraccia lì e si sogna lì".
Che Bukowski piaccia o meno, c'è senz'altro del vero in questa sua asserzione, e in questa circostanza sa riassumere perfettamente i vari scenari di cui Ugo Riccarelli si serve, almeno in parte, per inquadrare quest'oggetto.

Della raccolta, tuttavia, solo 3 racconti sono stati capaci di smuovere e lasciare qualcosa, in un approccio senz'altro personale al testo: "Terapie brevi", "Malm" e "Culla il tuo bambino".
Curioso che, proprio iniziando l'ultimo racconto sopracitato, abbia trovato un'annotazione scritta a matita in caratteri maiuscoli, da chi prima di me aveva presumibilmente già avuto per le mani quella copia, che recitava in modo imperativo: "Atroce, non leggere!".
E' risaputo che, nella maggior parte dei casi, nel dire a qualcuno di non fare una cosa, si finisce inevitabilmente e involontariamente per incoraggiarlo a farla; quando poi si tratta di libri, è sufficiente pensare ai libri proibiti che invece di ammansire e intimorire, fomentavano la curiosità di chi intendeva apprendere il più possibile del mondo e dell'opera umana.
Dietro quell'imperativo, c'era dunque da domandarsi dove finisse l'ammonimento e dove iniziasse la sfida, specialmente di fronte al vivo contrasto tra quell'aggettivo "atroce" (e non "brutto", nel senso di scritto male) e la mitezza del titolo "Culla il tuo bambino", ragion per cui non ho avuto esitazioni a proseguire, già reduce da letture dure, spesso atroci, talvolta violente, talvolta ingiuste, intrise di odio e avidità. E sì, la circostanza è sicuramente atroce, non tanto per la presenza di alcuni vaghi toni espliciti, ma forse per quello che l'autore decide di non scrivere, lasciando all'immaginazione (processore infinitamente potenziato di immagini e suggestioni) il compito di riempire i buchi del non detto o dell'appena accennato.

La nostalgia felice - Amelie Nothomb

Come "Metafisica dei tubi", "Stupore e tremori", "Né di Eva né di Adamo" e "Biografia della fame", "La nostalgia felice" si aggrega all'insieme dei suoi intrecci narrativi di natura autobiografica, e in particolare narrando il ritorno ad un tempo e ad un luogo del passato, dopo il terremoto di Fukushima l'11 marzo 2011. L'infanzia, scolpita immutabilmente nel volto invecchiato dell'amata governante Nishio-san, amata quanto una madre; la giovinezza in Rinri, l'amante giapponese dei suoi vent'anni.

"Se ne potrebbe dedurre che quella vera, di sangue, non era una buona madre. E non era vero. Colei che chiamo mamma è una madre eccezionale, so bene che è un privilegio essere sua figlia. Ma il cuore è complesso, e come può accadere che ci si innamora più di una volta, così si può identificare più di una donna come madre ideale. E' garanzia di più emozione, di più sentimento, di più lutto".

Una telecamera la (in)segue ("Filmano i miei primi istanti sul suolo giapponese. Decido che non mi disturba. Che cosa può percepire una telecamera di quello che sta succedendo dentro di me? Io rimango nelle mie grandi profondità, là dove non arriva nessuna luce".), tra il caos umano e i ciliegi di Tokyo, gli antichi templi di Kyoto, e le rovine di Fukushima, devastata dalla natura.

"Ci vuole uno sforzo costante della memoria per ricordarsi che una simile distruzione è opera della natura: in una devastazione così tremenda sembrerebbe di riconoscere lo zampino dell'uomo".

Apertamente condiviso il disappunto nel vedere profanati certi luoghi del suo passato di bambina, e quindi non mutati in meglio, un sentimento - presumo - collettivo e intimo, che rimane costante non solo quando si ritorna dopo tanto tempo nei luoghi della propria infanzia, ma anche quando decidiamo di non lasciarli mai.
"Tutti hanno fatto questa crudele esperienza: scoprire che i luoghi sacri della prima infanzia sono stati profanati, che non sono stati giudicati degni di essere preservati e che è una cosa normale".

Curioso (o forse no) che tutto il suo lavoro autobiografico abbia come luogo sovrano sopra qualunque altro (e di fatto Amélie ha vissuto in molte parti del mondo, come riporta in "Biografia della fame") il Giappone. Un rapporto del quale chi legge può soltanto farsi spettatore e accogliere su di sé, entro di sé, scorrendo sulle parole, sulle memorie, sulle elucubrazioni e su tutta l'interiorità dell'autrice stessa.

La più piccola - Fatima Daas

"Racconta la storia di una ragazza che non è davvero una ragazza, che non è algerina né francese, né di Clichy né di Parigi. Una musulmana, credo, ma non una buona musulmana, una lesbica con omofobia latente. Che altro?"

Ecco come la stessa Fatima Daas, autrice e protagonista di questa autobiografia definisce questo libro.
Uno stile asciutto, diretto, essenziale, un ritmo netto, incalzante, fino a saturarsi al momento giusto, senza andare troppo oltre.
La voce narrante ripete volutamente certe frasi ad ogni nuovo capitolo, talvolta in formule diverse, altre volte in modo perfettamente identico.
Una tra tutte si ripete religiosamente allo stesso identico modo all'inizio di ogni capitolo: "Mi chiamo Fatima Daas".
Un ripetere continuo, incessante, sentito come assolutamente necessario, che ricorda una litania, una preghiera, il diario di un malato o di una detenuta che teme, o sospetta di dimenticare le cose se non se le ripete di continuo, oppure di perdersi nei meandri stessi delle sue elucubrazioni, di rompersi in mille pezzi se non tenta di tenere tutto insieme, più di quanto non lo sia già, nella disperata ricerca di un po' di stabilità.

Altre sono le frasi che si vedono ripetute continuamente: "Porto il nome di un personaggio simbolico dell'Islam". "Sono una piccola cammella svezzata". "Soffro di asma allergica". "Sono francese". "Sono di origine algerina". "I miei genitori e le mie sorelle più grandi sono nate in Algeria". "Sono nata con un parto cesareo". "Sono una bugiarda". "Sono una peccatrice". "Sono musulmana". "Sono un'adolescente turbata. disadattata"...

Salti repentini nel tempo e nello spazio: dall'infanzia all'adolescenza, fino alla prima età adulta; da Parigi all'Algeria, dalla periferia alla grande città, dall'Europa al Maghreb.
Un quadro difficile da inquadrare, perché forse non si tratta nemmeno di un quadro, ma di una materia informe, ancora senza spigoli o linee nette.
Essere figlia di seconda generazione, con la volontà di rimanere legata alla propria fede, ma col turbamento di essere nel torto, col dubbio e l'incertezza di essersi smarrita. C'è forse l'incapacità di tenere assieme troppi pezzi di un puzzle di cui non si ha (ancora) chiaro l'insieme.

Biografia della fame - Amelie Nothomb

Per chi ha confidenza col lavoro di Amélie Nothomb, leggendo "Biografia della fame" risuoneranno familiari le pagine di " Né di Eva né di Adamo", "Metafisica dei tubi" e "Stupore e tremori", che a loro volta danno voce all'autobiografia dell'autrice.
Rispetto a questi ultimi citati, viene da chiedersi cosa sia realmente "Biografia della fame".
Ad una lettura vorace e bulimica (termini adatti al contesto) consumata in due giorni, sembrerebbe in apparenza una resume dei numerosi spostamenti a cui fin da piccolissima Amélie Nothomb, insieme all'amatissima sorella maggiore Juliette, fu costretta a causa del padre diplomatico.
Giappone, Cina, New York, Bangladesh, Birmania. L'infanzia, l'adolescenza, la prima età adulta. I giochi d'infanzia, le turbe, le amicizie, le infatuazioni, le ambizioni, il rapporto col corpo, il futuro da scrittrice. E di come quei luoghi e le persone che vi abitavano abbiano plasmato in lei appetiti di diversa natura.
Del suo rapporto ambiguo con la fame, fame del mondo e della vita stessa. Fame di affetto e di amore.
E di come questa fame sembri essere stata indispensabile a intessere un rapporto fondamentale con l'atto della scrittura:

"La scrittura era innanzitutto un atto fisico: c'erano ostacoli da superare per tirar fuori qualcosa da me. Questo sforzo costituì una specie di tessuto che divenne il mio corpo."

Le sfuggenti dissertazioni dell'autrice nelle prime pagine del libro riescono a fatica a far breccia nell'attenzione di chi legge, rallentando il ritmo della narrazione, finché si trasforma in una narrazione autobiografica a tutti gli effetti, dai tratti più chiari, delineati, concentrandosi sugli eventi, sugli spazi, sulle azioni dei personaggi e sui loro diretti effetti sulla personalità della giovane protagonista. Solo allora la parole riescono davvero ad agganciarci.