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La vergine del bordello - storia e colori Hubert

Quella che in apparenza sembrava prospettarsi una lettura ironica e scherzosa sulla presenza di una timorata ragazza vergine in un bordello parigino degli anni '30, si è in realtà rivelata molto più cupa del previsto.
Fin da principio, l'intreccio narrativo è crudo e violento, all'ombra del mistero in cui è coinvolto un fantomatico e sedicente macellaio che aggredisce, uccide e smembra giovani donne. E con un finale brutale, sconcertante e forse anche disincantato. Anche quando sembra esserci il miraggio di una favola, questo viene spazzato via in poco tempo.

"La vergine del bordello" mette in scena un tripudio di vite miserabili, infelici, distrutte, sfregiate, smembrate, trasfigurate, decapitate, e poi rimesse insieme in un improbabile puzzle.
Uomini violenti e succubi delle loro debolezze; donne machiavelliche e benestanti ipocriti e opportunisti.

L'uomo seme - Violette Ailhaud

"All'inizio mi trattengo dall'affondare i denti in quell'uomo che aspetto da tanto tempo, da sempre credo. Conosco la mia fame ma non so cosa bisogna fare. Non so come deve essere una donna la prima volta che incontra la pelle dell'uomo. Eppure conosco le cose dell'amore: ne abbiamo parlato spesso tra donne. Ma ignoro i segreti del primo giorno, di come nasce l'incontro di due corpi. (...) Stringiamo le gambe, stringo per impedire loro di staccarsi: la violenza contenuta, il desiderio, l'attesa del piacere, tutta questa forza del vivere bloccata da due anni dietro la diga che ha tagliato il corso della mia vita, fin dalla mia infanzia di bambina mi ero lanciata verso questa vita di donna che sognavo a immagine della mia felicità di mia madre. Mi sentivo un fiume placido il cui scorrere era stato interrotto e che cercava ora di riprendere, nella collera, il suo corso".

Violette Ailhaud è nata nel 1836 ed è morta nel 1925 a Saule-Mort, nell'Alta Provenza. Nel 1919 ha scritto "L'uomo seme", ma i fatti da lei riportati e raccontati avvengono intorno al 1852, quando Violette aveva meno di 20 anni.
Come viene specificato in una nota introduttiva: "...nel suo testamento, c'era anche una busta, che non poteva essere aperta dai notaio prima dell'estate del 1952. Dopo l'apertura, la consegna indicava che il suo contenuto, un manoscritto, dovesse essere affidato al maggiore dei discendenti di Violette, tassativamente di sesso femminile, in un'età compresa tra i quindici e i trent'anni. Yvelyne, ventiquattro anni, si è così ritrovata in possesso di questo testo nel luglio del 1952".

C'è da domandarsi cosa comporti ritrovarsi d'improvviso erede di una narrazione tanto intima di una propria antenata di cui forse non si era mai saputo niente prima, di cui non si ha nemmeno una foto, avere la responsabilità di questo passaggio di testimone, rispettandone le precise volontà.

Diletto - Ugo Riccarelli

Una raccolta di 11 racconti brevi, in cui il letto li unisce tutti, come un fil rouge tra una storia e l'altra. Che si tratti di un letto d'ospedale; di un letto improvvisato con dei cartoni presi da un bidone; di una culla; del lettino di un terapista; del letto nuziale costruito da Ulisse, re di Itaca, utilizzando il tronco di un albero di ulivo oppure di quello da assemblare faticosamente in tutti i suoi pezzi, come processo inaugurale della nuova convivenza di una coppia moderna.

A qualunque epoca storica, a qualunque età e a qualunque scopo esso sia destinato, il letto è qui protagonista, o altrimenti è il testimone silenzioso e vigile dello srotolarsi di queste umane esistenze.
A proposito del letto, Bukowski scriveva: "...mi piacciono i letti, credo che sia l'invenzione più grande dell'uomo, quasi tutti siamo nati lì, si muore lì, si scopa lì, ci si abbraccia lì e si sogna lì".
Che Bukowski piaccia o meno, c'è senz'altro del vero in questa sua asserzione, e in questa circostanza sa riassumere perfettamente i vari scenari di cui Ugo Riccarelli si serve, almeno in parte, per inquadrare quest'oggetto.

Della raccolta, tuttavia, solo 3 racconti sono stati capaci di smuovere e lasciare qualcosa, in un approccio senz'altro personale al testo: "Terapie brevi", "Malm" e "Culla il tuo bambino".
Curioso che, proprio iniziando l'ultimo racconto sopracitato, abbia trovato un'annotazione scritta a matita in caratteri maiuscoli, da chi prima di me aveva presumibilmente già avuto per le mani quella copia, che recitava in modo imperativo: "Atroce, non leggere!".
E' risaputo che, nella maggior parte dei casi, nel dire a qualcuno di non fare una cosa, si finisce inevitabilmente e involontariamente per incoraggiarlo a farla; quando poi si tratta di libri, è sufficiente pensare ai libri proibiti che invece di ammansire e intimorire, fomentavano la curiosità di chi intendeva apprendere il più possibile del mondo e dell'opera umana.
Dietro quell'imperativo, c'era dunque da domandarsi dove finisse l'ammonimento e dove iniziasse la sfida, specialmente di fronte al vivo contrasto tra quell'aggettivo "atroce" (e non "brutto", nel senso di scritto male) e la mitezza del titolo "Culla il tuo bambino", ragion per cui non ho avuto esitazioni a proseguire, già reduce da letture dure, spesso atroci, talvolta violente, talvolta ingiuste, intrise di odio e avidità. E sì, la circostanza è sicuramente atroce, non tanto per la presenza di alcuni vaghi toni espliciti, ma forse per quello che l'autore decide di non scrivere, lasciando all'immaginazione (processore infinitamente potenziato di immagini e suggestioni) il compito di riempire i buchi del non detto o dell'appena accennato.

La nostalgia felice - Amelie Nothomb

Come "Metafisica dei tubi", "Stupore e tremori", "Né di Eva né di Adamo" e "Biografia della fame", "La nostalgia felice" si aggrega all'insieme dei suoi intrecci narrativi di natura autobiografica, e in particolare narrando il ritorno ad un tempo e ad un luogo del passato, dopo il terremoto di Fukushima l'11 marzo 2011. L'infanzia, scolpita immutabilmente nel volto invecchiato dell'amata governante Nishio-san, amata quanto una madre; la giovinezza in Rinri, l'amante giapponese dei suoi vent'anni.

"Se ne potrebbe dedurre che quella vera, di sangue, non era una buona madre. E non era vero. Colei che chiamo mamma è una madre eccezionale, so bene che è un privilegio essere sua figlia. Ma il cuore è complesso, e come può accadere che ci si innamora più di una volta, così si può identificare più di una donna come madre ideale. E' garanzia di più emozione, di più sentimento, di più lutto".

Una telecamera la (in)segue ("Filmano i miei primi istanti sul suolo giapponese. Decido che non mi disturba. Che cosa può percepire una telecamera di quello che sta succedendo dentro di me? Io rimango nelle mie grandi profondità, là dove non arriva nessuna luce".), tra il caos umano e i ciliegi di Tokyo, gli antichi templi di Kyoto, e le rovine di Fukushima, devastata dalla natura.

"Ci vuole uno sforzo costante della memoria per ricordarsi che una simile distruzione è opera della natura: in una devastazione così tremenda sembrerebbe di riconoscere lo zampino dell'uomo".

Apertamente condiviso il disappunto nel vedere profanati certi luoghi del suo passato di bambina, e quindi non mutati in meglio, un sentimento - presumo - collettivo e intimo, che rimane costante non solo quando si ritorna dopo tanto tempo nei luoghi della propria infanzia, ma anche quando decidiamo di non lasciarli mai.
"Tutti hanno fatto questa crudele esperienza: scoprire che i luoghi sacri della prima infanzia sono stati profanati, che non sono stati giudicati degni di essere preservati e che è una cosa normale".

Curioso (o forse no) che tutto il suo lavoro autobiografico abbia come luogo sovrano sopra qualunque altro (e di fatto Amélie ha vissuto in molte parti del mondo, come riporta in "Biografia della fame") il Giappone. Un rapporto del quale chi legge può soltanto farsi spettatore e accogliere su di sé, entro di sé, scorrendo sulle parole, sulle memorie, sulle elucubrazioni e su tutta l'interiorità dell'autrice stessa.

La più piccola - Fatima Daas

"Racconta la storia di una ragazza che non è davvero una ragazza, che non è algerina né francese, né di Clichy né di Parigi. Una musulmana, credo, ma non una buona musulmana, una lesbica con omofobia latente. Che altro?"

Ecco come la stessa Fatima Daas, autrice e protagonista di questa autobiografia definisce questo libro.
Uno stile asciutto, diretto, essenziale, un ritmo netto, incalzante, fino a saturarsi al momento giusto, senza andare troppo oltre.
La voce narrante ripete volutamente certe frasi ad ogni nuovo capitolo, talvolta in formule diverse, altre volte in modo perfettamente identico.
Una tra tutte si ripete religiosamente allo stesso identico modo all'inizio di ogni capitolo: "Mi chiamo Fatima Daas".
Un ripetere continuo, incessante, sentito come assolutamente necessario, che ricorda una litania, una preghiera, il diario di un malato o di una detenuta che teme, o sospetta di dimenticare le cose se non se le ripete di continuo, oppure di perdersi nei meandri stessi delle sue elucubrazioni, di rompersi in mille pezzi se non tenta di tenere tutto insieme, più di quanto non lo sia già, nella disperata ricerca di un po' di stabilità.

Altre sono le frasi che si vedono ripetute continuamente: "Porto il nome di un personaggio simbolico dell'Islam". "Sono una piccola cammella svezzata". "Soffro di asma allergica". "Sono francese". "Sono di origine algerina". "I miei genitori e le mie sorelle più grandi sono nate in Algeria". "Sono nata con un parto cesareo". "Sono una bugiarda". "Sono una peccatrice". "Sono musulmana". "Sono un'adolescente turbata. disadattata"...

Salti repentini nel tempo e nello spazio: dall'infanzia all'adolescenza, fino alla prima età adulta; da Parigi all'Algeria, dalla periferia alla grande città, dall'Europa al Maghreb.
Un quadro difficile da inquadrare, perché forse non si tratta nemmeno di un quadro, ma di una materia informe, ancora senza spigoli o linee nette.
Essere figlia di seconda generazione, con la volontà di rimanere legata alla propria fede, ma col turbamento di essere nel torto, col dubbio e l'incertezza di essersi smarrita. C'è forse l'incapacità di tenere assieme troppi pezzi di un puzzle di cui non si ha (ancora) chiaro l'insieme.

Biografia della fame - Amelie Nothomb

Per chi ha confidenza col lavoro di Amélie Nothomb, leggendo "Biografia della fame" risuoneranno familiari le pagine di " Né di Eva né di Adamo", "Metafisica dei tubi" e "Stupore e tremori", che a loro volta danno voce all'autobiografia dell'autrice.
Rispetto a questi ultimi citati, viene da chiedersi cosa sia realmente "Biografia della fame".
Ad una lettura vorace e bulimica (termini adatti al contesto) consumata in due giorni, sembrerebbe in apparenza una resume dei numerosi spostamenti a cui fin da piccolissima Amélie Nothomb, insieme all'amatissima sorella maggiore Juliette, fu costretta a causa del padre diplomatico.
Giappone, Cina, New York, Bangladesh, Birmania. L'infanzia, l'adolescenza, la prima età adulta. I giochi d'infanzia, le turbe, le amicizie, le infatuazioni, le ambizioni, il rapporto col corpo, il futuro da scrittrice. E di come quei luoghi e le persone che vi abitavano abbiano plasmato in lei appetiti di diversa natura.
Del suo rapporto ambiguo con la fame, fame del mondo e della vita stessa. Fame di affetto e di amore.
E di come questa fame sembri essere stata indispensabile a intessere un rapporto fondamentale con l'atto della scrittura:

"La scrittura era innanzitutto un atto fisico: c'erano ostacoli da superare per tirar fuori qualcosa da me. Questo sforzo costituì una specie di tessuto che divenne il mio corpo."

Le sfuggenti dissertazioni dell'autrice nelle prime pagine del libro riescono a fatica a far breccia nell'attenzione di chi legge, rallentando il ritmo della narrazione, finché si trasforma in una narrazione autobiografica a tutti gli effetti, dai tratti più chiari, delineati, concentrandosi sugli eventi, sugli spazi, sulle azioni dei personaggi e sui loro diretti effetti sulla personalità della giovane protagonista. Solo allora la parole riescono davvero ad agganciarci.

Il testamento dell'uro - Stéphanie Hochet

Quello che sembra essere un incipit innocuo, con personaggi e circostanze comuni e narrativamente poco avvincenti, in poco tempo (e cogliendo del tutto alla sprovvista) si rivela invece per quello che in realtà è: uno scenario dalle tinte inquietanti, oscure, quasi claustrofobiche, dove vengono messi in scena veri e propri sequestri di persona mascherati dietro sorrisi sardonici e falsi, progetti malefici e foschi.
La protagonista, una giovane scrittrice di Parigi, viene così condotta in una spirale di eventi grotteschi, e verso un finale assolutamente inaspettato, che ricorda quelli dei romanzi di Amélie Nothomb.
Non è forse un caso che Stephanie Hochet (autrice de "Il testamento dell'uro) apparve in un suo libro sotto lo pseudonimo di Petronille Fanto, nell'omonimo romanzo "Petronille".

Lieto evento - Eliette Abécassis

Uno stile ed un lessico semplici, senza fronzoli, che vanno dritti al punto.
Una voce onesta, senza censure sull'esperienza poliedrica della maternità, la cui narrazione è stata sempre (o comunque spesso) edulcorata, imbellettata e talvolta traviata, tenendo pudicamente (e spesso moralmente) taciute molte verità ritenute talvolta socialmente scomode, inaccettabili o addirittura esecrabili.
Niente di tutto questo: la voce dell'autrice, e così della protagonista, non ci nasconde nulla. Lascia spazio a tutto, sottolineando quale inevitabile contraddizione sia la maternità e l'essere donna a questo mondo.
Creazione e distruzione. Odio e amore. Repulsione e adorazione. Orrore e bellezza.
In questo processo, che è al tempo stesso evoluzione e regressione, Abécassis lascia spazio a tutto: la gravidanza, la percezione di un corpo che cambia inesorabilmente e non sarà mai più uguale a prima, lo sguardo della gente, il parto, l'episiotomia, il sesso, lo sconvolgimento psicofisico.
Ogni aspetto di questa esperienza ha il suo spazio narrativo, seguendo un approccio al tempo stesso umoristico e drammatico.

Tutti i nostri corpi - Georgi Gospodinov

"Mentre è sdraiato, dopo essere stato aperto e ricucito dalla gola alla pancia e lentamente esce dall'anestesia, li vede all'improvviso davanti a lui. Alcune persone di varia età gli stanno davanti e lo osservano. Strano come siano riusciti ad entrare, dato che non è ammesso l'ingresso nei reparti di chirurgia intensiva.
Vicino alla finestra c'è un bambino di sette-otto anni, in pantaloncini corti, un ginocchio sbucciato e peletti biondi sulle braccia esili. L'uomo di vent'anni è alto e bello. Vicino a lui ce n'è uno di quaranta, che comincia a incanutire, specie sul lato sinistro, ma fa ancora una gran bella figura. E infine un uomo di sessant'anni, dal volto giallastro, appare dimagrito e ha delle borse sotto gli occhi, deve assolutamente andare a farsi visitare.
- Chi siete voi? - chiede il paziente, anche se intuisce la risposta.
- Tutti i tuoi corpi - risponde il più anziano. - Non ci hai riconosciuto?
Si osservano in silenzio per circa un minuto.
- Su, andatevene, adesso viene l'infermiere capo - dice loro a bassa voce, anche se vorrebbe che rimanessero ancora un po'. E' difficile che si vedano ancora.
Loro si guardano, gli fanno un cenno appena percepibile di addio e cominciano a uscire.
Il bambino rimane per ultimo."

"Tutti i nostri corpi" è il titolo di questa raccolta di racconti brevi, talvolta brevissimi. Fermoimmagine, istantanee, sequenze breviloquenti, talvolta delle semplici riflessioni che accomunano l'intero genere umano.
Ma fa anche da titolo alle parole sopracitate. Uno scenario in parte magico in parte onirico, quasi kafkiano.
Anche se verso la fine perde un po' di smalto, gran parte della raccolta mantiene suggestioni, toni e ritmi incalzanti, brillanti, talvolta umoristici, talvolta drammatici, come luci che s'accendono all'improvviso nel buio e lasciano una traccia scura e fulminea negli occhi.

Filastrocche in valigia - Sabrina Giarratana

Conta delle finestre

"Conta a sinistra e conta a destra
ovunque guardi c'è una finestra
finestre grandi, cieli quadrati
piccoli mondi ben ritagliati
devi ascoltarle certe finestre
sono strumenti di grandi orchestre
c'è da imparare dalle finestre
certe t'insegnano e sono maestre
quella era chiusa, oggi è un po' aperta
ma che scoperta."

(Sabrina Giarratana)

Sirene - Laura Pugno

"Un tempo, la costa della NuBaCa era stata un luogo meraviglioso per gli esseri umani. Adesso emanava una bellezza ancora maggiore, più antica e atroce, era un mondo a sé stante, splendido e inospitale. La luna era l'unica luce naturale ancora sopportabile".

Intenso, viscerale. Un ritratto atipico e lontano da quello idilliaco generalmente attribuito alle sirene. Il binomio bellezza e ferocia è ancora vivo e non distante dalle descrizioni fornite dalla mitologia, ma in questo breve romanzo distopico le regine del mare sono descritte come vere e proprie bestie da macello, spesso esibite come animali da zoo. Imprigionate, mutilate, seviziate, uccise e divorate.
Una storia impietosa, senza carità. Seppur ambientato in un luogo e in un tempo imprecisati nel futuro, questo mondo pare in tutto e per tutto avere i prerequisiti giusti per descrivere un futuro ormai prossimo, che forse si sta già realizzando nel presente.
Un sole nocivo, al quale non ci si può più esporre senza correre il rischio di contrarre un tumore alla pelle e morire in poco tempo, oltre a provocare alti rischi di contagio.
E in questo scenario desolante e di generale indolenza, le sirene, creature meravigliose e brutali, vengono infine scoperte dal genere umano, strappate via dal loro ambiente naturale, e letteralmente rinchiuse in vasche per essere allevate e sostanzialmente macellate. Un campanello familiare sembra risuonare.
Il procedimento di macellazione delle sirene (descritto in modo tecnico e imperturbabile) e il mercato che ruota attorno alla vendita della loro carne è appunto avido e impietoso. La loro natura, stupenda e feroce, viene così manipolata, rendendo queste creature (solo in parte vagamente umane) improvvisamente mansuete, inoffensive e passive a qualunque cosa subiscano.
"Il corpo della sirena era scivoloso per l'umore, il sapore era quello del mare. Il vecchio aveva affondato i denti nella spalla della sirena e le aveva morso il seno, aveva leccato il sangue. Poi, a fatica, e aiutandosi con un coltello, l'aveva aperta e penetrata mentre le divorava la carne e si era svuotata dentro di lei un attimo dopo, sussultando".
Un altro episodio simile si presenta quando Samuel, il protagonista, ricorda Sadako, la donna amata e perduta a causa del contagio: "Quando Sadako era morta, Samuel aveva pensato di divorare il corpo, prima che lo cremassero. Mangiare la sua carne voleva dire averla dentro di sé per sempre, o almeno fino alla fine del pasto e del ciclo del cibo nel suo corpo".
In questa storia sembrano esistere due tipi di fame: una fame alimentata dal desiderio sessuale (dove però l'amore non compare mai, e il sesso diventa un mero processo macchinoso di espletamento dei propri umori), e poi una fame stimolata dallo stomaco.
Talvolta però pare difficile trovare una effettiva differenza fra le due, cosicché la voce narrante descrive un generale appetito che non appaga mai davvero. È bulimico, e forse per questo ancora più stomachevole, ributtante, poiché votata ad un mero consumo, ad un uso delle cose e delle persone che alimenta un circolo vizioso inarrestabile, che non può condurre ad altro se non alla distruzione dei suoi stessi artefici, prima o dopo.
Nutrirsi e accoppiarsi diventano due atti crudi, gelidi, macchinosi, intrisi di cupezza, orrore e dolore.

Mezzanotte e cinque - Malika Ferdjoukh

Pur trattandosi di un romanzo contemporaneo per ragazzə, sembrano esserci dei richiami a certe dinamiche narrative tipicamente dickensiane oppure più sottilmente a quelle narrate ne "L'uomo che ride" di Victor Hugo.
Una polarizzazione netta tra aristocrazia e povera gente, nobili e popolani.
Tre orfani costretti a vivere di espedienti, che tuttavia riescono a sperare per il loro futuro e a conservare un'indole all'innocenza, però nascosta sotto strati di sudiciume e stracci.
I tre protagonisti sono: Mezzanottecinque (così chiamato a causa dei dodici puntini tatuati a forma di quadrante di orologio e delle due lancette puntate a mezzanotte e cinque sull'avambraccio da quando è nato); la sorellina Bretella (appassionata di bottoni) ed Emil (cantante, giocoliere di rime e domatore di topi, convinto di essere il figlio del ricco barone di Moravia, del quale sta andando alla ricerca).
In seguito alla sparizione di una preziosa collana di diamanti appartenente alla principessa Daniella Danilova, i tre si ritrovano ad avere a che fare con nobili avari, violenti, subdoli e prepotenti.
Un'aristocrazia la cui malvagità resta impunita, e che continua ad abbattersi sui miserabili anche e soprattutto quando, attraverso la voce di tre poveri orfani, dicono la verità.
Tuttavia, si può certo dire che, contrariamente alle sorti di certi personaggi hugoniani, Malika Ferdjoukh (l'autrice) sfrutta perfettamente l'espediente narrativo del deus ex machina, tipicamente dickensiano, in un finale dolce amaro che fa ancora sperare nel bene dell'umanità, quello invisibile della gente comune.

In una notte di temporale - Yuichi Kimura

"La capra non aveva ancora capito che il suo compagno era un lupo. (...) Anche il lupo non aveva capito che il suo compagno era una capra."

Il buio della notte. Un improvviso temporale. Una capanna. Una capra e un lupo.
Lontani richiami alla figura di Psiche, che amava ad occhi chiusi, al buio, senza vedere chi fosse l'amato. Dell'amato udiva solo la voce, potendone immaginare l'aspetto soltanto al tatto.
Anche in questa storia, sia il lupo che la capra sono letteralmente all'oscuro di chi faccia loro reciproca compagnia nella capanna.
Si affidano alle parole, non ai volti.
Ascoltano la voce dell'altro e, lontani dal poter immaginare, dal vedere e dal sapere chi possa essere l'altro, riescono lo stesso a conoscersi, avvicinarsi. Ed è forse solo in questo modo che superano le loro barriere e riconoscono le loro affinità.

Come sottolinea la premessa, "In una notte di tempesta" ha vinto numerosi premi, tra cui, in Italia, il Premio Nazionale Libro per l'Ambiente 1999 conferito da Legambiente. E' stato scelto come testo di studio per le scuole elementari dal Ministero della Pubblica Istruzione Giapponese e in Giappone è uno dei libri più venduti degli ultimi anni.

Una sera tra amici a Jinbōchō - Satoshi Yagisawa

"Tokyo, una piccola libreria nel quartiere delle librerie. Un posto pieno di semplici storie minuscole".

Il romanzo inizia con un breve riepilogo narrativo di quanto è successo nel libro precedente, "I miei giorni alla libreria Morisaki": forse per scrupolo dell'autore, nell'ipotesi che non tutte le lettrici e i lettori siano al corrente che si tratti di un secondo atto di un libro precedente, pubblicato nel 2022.
Questa operazione permette così una (re)visione d'insieme di un ciclo narrativo più ampio. Allo stesso tempo però, per chi invece è reduce dal primo libro, il ritmo viene rallentato, ragion per cui la storia sembra riuscire a prendere un po' di slancio solo a metà del libro.
Capitolo forse meno riuscito rispetto al precedente, e ancora un volta con dialoghi non particolarmente brillanti e memorabili, anzi, talvolta la copiatura di pure chiacchiere di circostanza o di usuali formule intercalari del parlato, che certo rallentano ulteriormente il ritmo della narrazione.
Ma forse l'obiettivo non era raggiungere ambiziose vette letterarie, ma limitarsi a raccontare, con formule e parole semplici, una storia "minuscola" e semplice, e con un messaggio di fondo dopotutto condivisibile.
Se si ignora per un breve momento l'approccio critico-letterario al romanzo, concentrandosi piuttosto sui personaggi e sulle storie costruite attorno e su di loro, si direbbe ugualmente una lettura godibile nell'arco di tempo che la storia si inizia e si finisce di leggere, ma con un riverbero comunque troppo debole.

Ricette per racconti a testa in giù - Bernard Friot

Le storie non sono così diverse dalle ricette.
In entrambi i casi servono degli ingredienti.
E poi qualcosa per insaporirli, cuocerli, amalgamarli, decorarli e impiattarli.
A volte si ottiene una pietanza dolce, a volte salata, a volte piccante, a volte amara.
A volte un sapore ritrovato, a volte un gusto inaspettato.
Il cibo, come le storie, a volte piacciono, a volte no.
A volte ci appagano, a volte ci deludono.
Ma le storie, come il cibo, ci saranno sempre indispensabili,
uniti a vita come una coppia di inseparabili.

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